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Un sistema sanitario in rete può funzionare.

La rete dei servizi deve essere organizzata a maglie fitte e deve essere integra.

Se la rete è a maglia larga e peggio ancora “bucata” il suo funzionamento è compromesso e del tutto inefficace.

La rete degli ospedali e dei servizi di pronto soccorso prevede che gli ospedali di zona, di periferia, come quello del nostro Casentino abbia come riferimento il pronto soccorso dell’ospedale provinciale, il S.Donato di Arezzo, a garanzia di di continuità delle prestazioni

Conosciamo bene i limiti logistici ed operativi del pronto soccorso del nostro Ospedale, conosciamo bene le problematiche di collegamento con l’ospedale di Arezzo e quelli con gli ospedali di alta specialità di area Vasta o Regionali.

Le preuccupazioni crescono quando nella nostra valle montana arrivano notizie e racconti sulla situazione e sulle difficoltà esistenti in quei Ospedali che dovrebbero garantire risposte in modo continuo e di qualità.

Ecco cosà si rileva e si prova per un BISOGNO a rivolgersi direttamente o trasportato in ambulanza al pronto soccorso di un ospedale, sede di un Dipartimento di Emergenza, cosi come ci informa il “Comitato per la salute di Arezzo”  COSAR.

Arezzo – Una giornata all’interno del reparto più caldo dell’ospedale per una colica renale    
L’esercito di malati è pronto a sbarcare al pronto soccorso. A fronteggiare la prima ondata c’è una sola vedetta vestita di azzurro. È l’infermiere addetto al triage, ovvero colui che dovrebbe dare le prime indicazioni alla gente, rassicurarla, accoglierla nel reparto.

Una piccola diga per contenere l’enorme ansia della gente, che il più delle volte  tracima facendo sbottare anche i volontari. La sala d’attesa è stracolma. Un tabellone, lascia intravedere le urgenze che arrivano con le ambulanze. I dati vengono raccolti dietro lo stesso bancone a cui la gente si rivolge appena entrata. Una signora si avvicina all’accoglienza dicendo di avere male alla gamba. «Il dolore le si irradia lungo l’arto?»  le chiede nervosamente l’infermiera del triage.  «No» risponde la donna. « Bene, allora puo’ aspettare». «Quanto?». Fino a quando ha pazienza signora.

Al  massimo va a casa e torna domani. Guardi quanta gente». Non tutti i dolori hanno il segno dell’emergenza.
Quando si conquista la chiamata e si arriva in sala visita la visione è impressionante, degna di un moderno lazzaretto. Dodici lettighe posizionate in più atri divisi da tende volanti. Pazienti con flebo e medicamenti vari, distesi in attesa, spesso vestiti a metà, alla vista di tutti. Una situazione che dovrebbe essere temporanea, invece ci sono persone che lì ci stanno da molto e di là nella altre stanze dal giorno prima. Le borse per terra, senza un armadietto, senza privacy, senza quella dignità che un malato merita. Luci, voci a volte grida. Riposare è impossibile. Si aspetta una risposta ad un problema tra i lamenti e la gente che vomita. Non c’è lo spazio necessario e qualcuno è anche in piedi o seduto sconsolato su una sedia a rotelle. 
La signora del letto vicino ha il potassio a 6.7. La comunicazione viene annunciata a tutti i presenti ed io sono contento per lei.

Un uomo, uno straniero, si aggira con un pappagallo pieno di pipì dribblando la gente e versando il contenuto in una tanica a fianco del suo letto. Due operai fanno la necessaria manutenzione, sempre urgente, a pochi metri da un paziente che dorme, forse. Sporco e rumore in un luogo dove ci dovrebbe essere silenzio e igiene.

«Lo so, sua madre dovrebbe essere ricoverata in reparto, ma non ci sono posti»  dice sconsolata  una dottoressa, mi dispiace so di crearle disagio “ma devo”, per garantirgli adeguate cure, trasferirla in un altro ospedale, vedrà si troverà bene. 

Medici e infermieri si danno da fare, ma sono sommersi dalle richieste. La gente quando ha a che fare con la salute ha bisogno di rassicurazioni e di  attenzione. Invece al pronto soccorso si respira tensione, stanchezza, insofferenza  e soprattutto un senso di inadeguatezza.

Mi chiedo, questo è un ospedale grande, un’opera segno di efficienza in campo sanitario.  Eppure lì tutto sa di precario, come la stessa vita di quei pazienti che aspettano in condizioni inaccettabili. I cartelli sono scritti su carta, infilati in una busta di plastica e attaccati con lo scotch alle porte….

Un uomo distinto, capelli bianchi e un aspetto che ricorda l’Avvocato Agnelli, vuole farsi la barba al bagno.   
Di chi è questa flebo? urla un’infermiera. «Il signore se ne è andato» gli risponde un’altra. Forse era stanco di aspettare che qualcuno gliela attaccasse.

Benvenuti all’inferno del pronto soccorso.

 

 

 

Benvenuti all’inferno del pronto soccorsoultima modifica: 2009-02-06T18:13:00+01:00da comitatocsm
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